Consenso informato alla procedura di Cateterismo venoso periferico

Hai bisogno di un modulo di consenso informato per la procedura di Cateterismo venoso periferico? Sei nel posto giusto: in questa pagina troverai le informazioni essenziali che il professionista sanitario deve fornire per garantire un consenso informato completo e consapevole da parte del paziente.

La procedura di Cateterismo venoso periferico è un Trattamento, talvolta denominato anche "Accesso venoso periferico" o "Posizionamento di ago cannula", che rientra nell'area specialistica di Medicina d'emergenza-urgenza. In base alla classificazione ICD-9-CM (International Classification of Diseases, 9th revision - Clinical Modification), questo Trattamento può essere incluso nel seguente codice: "38.93 Altro cateterismo venoso non classificato altrove".

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Consenso Informato Cateterismo venoso periferico: Descrizione della procedura

Cosa è:

Il cateterismo venoso periferico è una procedura con cui si inserisce un piccolo tubicino flessibile (catetere) in una vena superficiale, di solito di braccio o mano, per somministrare rapidamente farmaci e liquidi, effettuare trasfusioni o, in alcuni casi, prelevare sangue. Dopo disinfezione accurata della cute, l’operatore applica un laccio emostatico per rendere la vena più visibile, introduce un ago-cannula nella vena e, verificato il corretto posizionamento (ritorno di sangue), avanza il catetere e rimuove l’ago. Il dispositivo viene fissato con medicazione sterile e collegato a una linea infusionale o a un tappo. Durante e dopo la procedura si controllano dolore, gonfiore o arrossamento locali.

A cosa serve:

Il cateterismo venoso periferico consiste nell’inserimento di una piccola cannula in una vena superficiale (di solito di braccio o mano) per ottenere un accesso venoso temporaneo. Le finalità principali sono somministrare rapidamente farmaci e liquidi (idratazione, analgesici, antiemetici, antibiotici, sedativi), eseguire infusioni in emergenza e correggere o prevenire instabilità emodinamica (alterazioni della circolazione e della pressione). Gli obiettivi clinici includono garantire un accesso affidabile per terapie urgenti, consentire prelievi di sangue quando necessari e monitorare la risposta al trattamento tramite la valutazione clinica e dei parametri vitali.

Che natura ha:

Il cateterismo venoso periferico è una procedura invasiva di tipo manuale e strumentale che consiste nell’introdurre un sottile catetere (cannula) in una vena superficiale, di solito di braccio o mano, dopo disinfezione della cute. Non è una procedura distruttiva e non comporta rimozione di tessuti. Serve a ottenere un accesso venoso per somministrare farmaci e liquidi, effettuare trasfusioni o prelevare campioni di sangue. Può essere dolorosa in modo lieve o moderato, con sensazione di puntura e bruciore; talvolta può causare fastidio locale durante la permanenza del catetere. Non è di per sé una procedura farmacologica, ma permette la terapia farmacologica.

Cosa comporta:

Il cateterismo venoso periferico coinvolge principalmente il distretto cutaneo e sottocutaneo nel punto di inserzione e il sistema venoso periferico superficiale, più spesso di arto superiore (mano, avambraccio, piega del gomito) e, meno frequentemente, di arto inferiore. In misura limitata può interessare i tessuti circostanti per dolore, arrossamento o gonfiore legati alla puntura o a infiltrazione/stravaso, cioè fuoriuscita di liquidi dalla vena nei tessuti. In rari casi può coinvolgere strutture vicine (nervi o arterie) con ematoma o alterazioni della sensibilità.

Quanto dura:

La durata prevedibile del cateterismo venoso periferico è generalmente di circa 5–15 minuti, includendo preparazione del materiale, disinfezione cutanea, inserimento del catetere e fissaggio. I tempi possono aumentare fino a 20–30 minuti o più in caso di accesso venoso difficile (vene poco visibili o palpabili, disidratazione, obesità, età avanzata, esiti di terapie endovenose ripetute), urgenza clinica con necessità di più tentativi, o necessità di supporti come transilluminazione o guida ecografica. La durata può anche variare in base alla collaborazione del paziente e alla sede scelta.

Consenso Informato Cateterismo venoso periferico: Benefici attesi

Cosa aspettarsi:

Il cateterismo venoso periferico consiste nell’inserimento di un sottile tubicino (catetere) in una vena superficiale, di solito a livello dell’avambraccio o della mano, per ottenere un accesso venoso rapido e temporaneo. I benefici attesi sono principalmente: somministrazione tempestiva di farmaci e liquidi (per esempio analgesici, antibiotici, antiemetici, vasopressori a basse concentrazioni e soluzioni per reidratazione), prelievi di sangue ripetuti senza nuove punture, infusione di mezzi di contrasto per esami radiologici quando indicato e supporto immediato alla stabilizzazione clinica in condizioni di urgenza.

In ambito di emergenza-urgenza, il posizionamento ha in genere un’elevata probabilità di riuscita, con successo al primo tentativo spesso intorno al 70–85% e successo complessivo dopo più tentativi generalmente >90–95%, variabile in base a esperienza dell’operatore e condizioni del paziente.

Esistono tuttavia limiti e incertezze: in caso di vene difficili (obesità, disidratazione, shock, edema, età avanzata, storia di terapia endovenosa prolungata) possono aumentare numero di tentativi e tempi, e può rendersi necessario l’uso di guida ecografica o il passaggio a un accesso alternativo (per esempio intraosseo o venoso centrale). Inoltre il catetere periferico è adatto a terapie di breve durata e non sempre consente flussi elevati o infusioni di soluzioni molto irritanti, per cui potrebbe non raggiungere completamente gli obiettivi terapeutici in tutte le situazioni.

Consenso Informato Cateterismo venoso periferico: Rischi e complicanze potenziali

Cosa può andare storto:

Gli effetti collaterali comuni del cateterismo venoso periferico (inserimento di un piccolo tubicino, “catetere”, in una vena superficiale per somministrare liquidi o farmaci) includono dolore o bruciore transitorio al momento della puntura, arrossamento locale, piccolo ematoma (livido) o sanguinamento nel punto di inserzione e difficoltà di incannulamento con necessità di più tentativi. Questi eventi sono frequenti nella pratica clinica e in genere si risolvono spontaneamente; l’ematoma minore è riportato in una quota variabile di casi, spesso nell’ordine di pochi punti percentuali, con maggiore rischio in caso di vene fragili o terapia anticoagulante.

Le complicanze generali comprendono infiltrazione o stravaso (fuoriuscita del liquido nei tessuti) e flebitis (infiammazione della vena). L’infiltrazione è tra gli eventi più comuni e può comparire in una percentuale non trascurabile di accessi (variabile in base a durata del catetere, sede e tipo di infusione); provoca gonfiore, dolore e ridotta efficacia della terapia. La flebitis può manifestarsi con dolore lungo la vena, arrossamento e indurimento; le frequenze riportate in letteratura sono molto variabili (da pochi punti percentuali fino a valori più elevati in contesti e definizioni diverse) e aumentano con permanenza prolungata, calibro maggiore e soluzioni irritanti.

Le complicanze specifiche della procedura includono puntura accidentale di arteria, lesione nervosa superficiale con dolore o parestesie (formicolii) di solito temporanee, tromboflebite (infiammazione associata a trombo), occlusione o dislocazione del catetere, rottura o raramente embolizzazione di un frammento di catetere (evento raro), e necrosi cutanea o danno tissutale da stravaso di farmaci vescicanti (farmaci che possono lesionare i tessuti), con rischio di ulcerazioni e necessità di trattamenti locali.

I rischi sistemici e potenzialmente pericolosi per la vita sono poco comuni ma includono infezione associata al catetere con possibile batteriemia/sepsi (infezione del sangue con risposta infiammatoria generalizzata), più probabile in caso di scarsa asepsi o cateteri mantenuti a lungo, e reazioni allergiche a disinfettanti, cerotti o materiali (fino a anafilassi, evento raro). In pazienti critici, lo stravaso di grandi volumi o di farmaci ad alto rischio può contribuire a complicanze clinicamente rilevanti se non riconosciuto tempestivamente.

Consenso Informato Cateterismo venoso periferico: Controindicazioni

Relative:

Nel cateterismo venoso periferico non esistono di norma controindicazioni assolute, ma alcune condizioni richiedono valutazione e precauzioni. È opportuno evitare o scegliere con cautela siti con infezione cutanea o dei tessuti molli (arrossamento, calore, pus), ustioni, dermatite estesa o ferite. Serve attenzione in caso di flebite o trombosi venosa (infiammazione o coagulo in vena) dell’arto interessato. Va valutato l’inserimento in arti con linfedema o dopo svuotamento ascellare (rimozione di linfonodi, ad esempio dopo chirurgia mammaria) per possibile aumento del rischio di complicanze locali. Richiede precauzioni anche la presenza di fistola artero-venosa per emodialisi o di dispositivi vascolari nello stesso arto. In pazienti con coagulopatie o in terapia anticoagulante/antiaggregante aumenta il rischio di ematoma e sanguinamento. Nei casi di scarsa perfusione periferica, shock o vasocostrizione può essere necessario un accesso alternativo.

Assolute:

Le principali controindicazioni assolute al cateterismo venoso periferico (inserimento di un piccolo tubo in una vena di un arto per somministrare farmaci o liquidi) riguardano soprattutto la sede di puntura. È controindicato inserire il catetere in presenza di infezione cutanea o dei tessuti molli nel punto previsto (per esempio cellulite, cioè infezione della pelle e del sottocute, o ascesso), perché aumenta in modo significativo il rischio di diffusione dell’infezione nel sangue. È inoltre una controindicazione assoluta la flebite settica (infezione della vena) o la trombosi venosa con segni di infezione nel distretto venoso interessato. Non si deve eseguire la procedura su un arto con ischemia critica (grave riduzione del flusso di sangue) o con compromissione vascolare importante che renda rischiosa la puntura o la perfusione. In ambito di emergenza, quando è disponibile un’alternativa sicura, è controindicato l’accesso in sedi in cui la puntura è tecnicamente impraticabile o comporta rischio non accettabile di danno locale.

Il paziente dichiara di aver compreso tali condizioni e, al momento della firma, conferma di escluderne la presenza.

Consenso Informato Cateterismo venoso periferico: Alternative disponibili

Possibili alternative:

Le principali alternative al cateterismo venoso periferico dipendono dall’urgenza e dal tipo di terapia. Se la terapia non è indispensabile, è possibile non eseguire alcun accesso venoso e procedere con osservazione clinica. In alcuni casi si possono usare farmaci o liquidi per via orale o intramuscolare (iniezione nel muscolo), se appropriati. Quando l’accesso periferico è difficile o non ottenibile, si può ricorrere a catetere venoso centrale (in una vena di grosso calibro) o a accesso intraosseo (nel midollo dell’osso), soprattutto in emergenza. In situazioni selezionate può essere indicato un catetere venoso periferico ecoguidato.

Principali differenze:

Il cateterismo venoso periferico consiste nell’inserimento di una cannula in una vena superficiale per somministrare rapidamente farmaci e liquidi e, talvolta, prelevare sangue. È minimamente invasivo, di esecuzione rapida e con benefici immediati in urgenza. I rischi principali sono dolore, ematoma, infiltrazione/stravaso (fuoriuscita di liquidi nei tessuti), flebitite (infiammazione della vena) e infezione locale; raramente lesioni nervose. Alternative: accesso intraosseo, più invasivo e doloroso ma utile quando le vene non sono reperibili, con rischio di infezione ossea; catetere venoso centrale, più invasivo e duraturo, adatto a infusioni complesse ma con rischio di pneumotorace, trombosi e infezioni più gravi; iniezione intramuscolare/sottocutanea, meno invasiva ma più lenta e con volumi limitati.

Conseguenze del rifiuto:

Se il paziente non si sottopone al cateterismo venoso periferico, può risultare impossibile o ritardata la somministrazione rapida di farmaci e fluidi per via endovenosa (in vena), necessari in urgenza per trattare dolore intenso, infezioni gravi, disidratazione, crisi respiratorie o shock (grave riduzione della perfusione agli organi). Può inoltre essere compromessa la correzione tempestiva di alterazioni della pressione arteriosa, della glicemia o degli elettroliti e l’eventuale somministrazione di emoderivati. Il ritardo terapeutico può aumentare il rischio di peggioramento clinico, complicanze e necessità di procedure più invasive.

Consenso Informato Cateterismo venoso periferico: Indicazioni pre e post-procedura

Cosa fare prima:

Per il cateterismo venoso periferico, il paziente dovrebbe riferire allergie note (soprattutto a clorexidina, iodopovidone, cerotti, lattice o anestetici locali) e comunicare l’uso di farmaci anticoagulanti o antiaggreganti (che riducono la coagulazione), o la presenza di disturbi della coagulazione. È importante segnalare febbri, infezioni cutanee, arrossamenti o lesioni nell’area prevista, perché possono aumentare il rischio di infezione. Rimuovere gioielli e indumenti che ostacolano l’accesso al braccio e mantenere l’arto fermo. Avvisare se si è avuta linfadenectomia/mastectomia, fistola artero-venosa o linfedema: quel braccio va evitato.

Cosa fare dopo:

Dopo un cateterismo venoso periferico mantenga la medicazione pulita e asciutta e non manipoli il catetere. Controlli ogni giorno il sito di inserzione: lieve dolore o piccolo ematoma (raccolta di sangue sotto pelle) sono frequenti e tendono a risolversi in pochi giorni. Eviti sforzi e movimenti ripetitivi dell’arto interessato. Avvisi subito il personale sanitario in caso di arrossamento esteso, calore, gonfiore, secrezioni, dolore crescente, febbre, difficoltà a far scorrere l’infusione, sanguinamento persistente o formicolii/pallore dell’arto. Non rimuova il dispositivo autonomamente.

Cosa evitare:

Dopo un cateterismo venoso periferico è opportuno evitare di bagnare o rimuovere la medicazione nelle prime ore e non manipolare il catetere. Limitare movimenti ripetitivi, sforzi e sollevamento di pesi con l’arto interessato, soprattutto se il catetere è in sede vicino a un’articolazione, per ridurre il rischio di dislocazione e infiltrazione (passaggio del liquido fuori dalla vena). Evitare attività che possano urtare o comprimere il punto di inserzione. Non applicare creme o disinfettanti non prescritti. Segnalare subito dolore, gonfiore, rossore, perdita di sangue o liquido, febbre o intorpidimento.

A cosa prestare attenzione:

Dopo un cateterismo venoso periferico contatti subito un medico se compaiono dolore intenso o peggioramento rapido, arrossamento esteso, calore, gonfiore o secrezione nel punto di inserimento (possibili segni di infezione), strie rosse lungo la vena o indurimento e dolore lungo il decorso venoso (possibile flebite, cioè infiammazione della vena). È urgente anche in caso di sanguinamento che non si arresta, gonfiore improvviso dell’arto o bruciore e tumefazione durante l’infusione (possibile stravaso, cioè fuoriuscita di liquidi nei tessuti). Richieda assistenza immediata se compaiono febbre, difficoltà a respirare, orticaria o gonfiore di labbra/viso.

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